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Testo: Ojcumiła Sieradzka-Malec
Introduzione e fotografie: Agnieszka Kosakowska


Nell’ottobre 2018 abbiamo dato il via al ciclo di viaggi: “Sulle tracce dei cuoi d’oro”. Cercheremo di raccontare questi nostri viaggi e di farvi conoscere più da vicino i luoghi legati all’arte dei cuoi d’oro. Partiamo da Venezia, città che per secoli fu teatro della massima espressione artistica dei cuoi d’oro, sia in termini di qualità che di quantità, esportati in altri paesi. Inoltre, i “nostri” cuoi d’oro del Wawel, benché acquistati a Moritzburg, provengono da laboratori veneziani.

Viaggiare in compagnia di specialisti è magnifico. Grazie alla presenza della signora Ojcumiła Sieradzka-Malec, che si occupa dei cuoi d’oro al castello del Wawel, il nostro viaggio insieme a Venezia si è rivelato per noi una vera miniera di nuove conoscenze.

Si potrebbe pensare che a Venezia, città un tempo famosa per la produzione dei cuori d’oro, sia agevole trovarne in abbondanza. Ebbene, sono pochissimi i luoghi nei quali sono state preservate queste splendide pelli dorate e la loro accessibilità è limitata anche per gli amanti di quest’arte. Per raggiungerli è stato necessario scavare a fondo nella storia dell’arte e nella storia della città e poi disporre di una buona dose di determinazione. Nella conversazione a seguire, la signora Ojcumiła ci parla dei cuoi d’oro veneziani, dei laboratori in cui venivano creati e delle nostre ricerche.

Dove cercare i cuoi d’oro se non a Venezia!

Dove e quando si è sviluppata l’arte dei cuoi d’oro nella penisola italica?
L’arte della creazione di cuoi d’oro in Italia ebbe il suo periodo di maggior splendore durante il Rinascimento e nell’epoca barocca. I materiali originali conservati consentono di datare l’inizio della produzione di questi oggetti artistici nel XV secolo. Lo sviluppo dell’arte del cuoio d’oro ebbe luogo nel XVI secolo e vide il suo apogeo nel XVII secolo. Il XVIII secolo porta con sé invece una graduale scomparsa di questo tipo di artigianato, a causa del cambiamento nei gusti estetici e nelle nuove tendenze della moda, ivi comprese quelle legate all’arredamento d’interni. I prodotti principali realizzati con la tecnica del cuoio d’oro erano i rivestimenti murali, ossia tappezzeria per pareti e mobili: sedie, poltrone, divani. Venivano creati anche copriletto in pelle, copritavolo e persino rivestimenti per orologi e mantovane, nonché coperture per porte di grande impatto, le cosiddette portiere. Sono giunte fino a noi descrizioni del processo di produzione dei cuoi d’oro. Le più note sono quelle pubblicate in stampa nel XVI secolo, proprio a Venezia, da Leonardo Fioravanti, medico e chimico (1564) e Tommaso Garzoni, scrittore (1585). In una sua opera precedente, Giovanventura Rosetti (1548) si concentrò sulle questioni relative alla concia delle pelli. Tra i centri di produzione, gli autori menzionarono Roma, Napoli, Bologna, Mantova, Ferrara, Milano, Firenze, Siena e la Sicilia.

In cosa consiste la straordinarietà dei cuoi d’oro?
La caratteristica precipua dei prodotti realizzati con la tecnica del cuoio d’oro è rappresentata dalla loro composizione su più strati, e in particolare sul loro bagliore dorato. Quest’ultimo si ottiene coprendo il pezzo di cuoio con scaglie d’argento, che vengono spalmate 2 o 3 volte con uno strato di vernice gialla. Il colore giallo veniva conferito da ingredienti quali aloe, curcuma e zafferano. Poi si dipingeva la superficie dell’oggetto così preparato con smalti o colori di copertura. In alcuni cuoi d’oro il motivo risultava in rilievo, mediante l’uso di tavole di modellamento. In Italia, tuttavia, i cuoi più popolari erano quelli con superfici piatte, differenziate solo da piccoli segni punzonati con motivi a forma di cerchio, quadrato, ecc. Grazie a questa tecnica, si otteneva un’impressione di profondità e luminosità dei colori, nonché la loro variabilità a seconda dell’intensità della luce.

Cosa sappiamo di quest’arte nella città lagunare?
Con ogni probabilità Venezia era il maggiore centro di produzione di cuoi d’oro. Fondamentale per la qualità e la durata del prodotto finito era la concia, ovviamente al vegetale, della pelle grezza. La eseguivano i conciatori chiamati in veneziano scorzeri, associati in corporazione sin dal XIII secolo. Parola che ricorda stranamente il nome slavo skórnicy e lontana dal termine italiano cuoiai. Per costituire i laboratori fu loro assegnata l’isola della Giudecca, per via dell’odore sgradevole e opprimente legato al processo della concia. I “cuoridori”, così venivano chiamati, erano raggruppati in una corporazione diversa. Venezia dimostrava la propria peculiarità in ogni aspetto, anche nell’organizzazione delle gilde. Erano formate come corporazioni che riunivano diverse specializzazioni professionali correlate tra loro. Gli artigiani del cuoio d’oro appartenevano alla gilda dei pittori-decoratori (l’arte dei depentori), che riuniva sia i pittori veri e propri che dipingevano su tela o che realizzavano affreschi, sia i decoratori di oggetti di uso quotidiano, come per esempio piatti, mobili, nonché doratori e altri. Il fatto che fossero associati nella medesima gilda dei pittori è testimonianza dell’alta considerazione di cui godevano i “cuoridori”. Lo straordinario sviluppo della produzione di cuoi d’oro nella città lagunare avvenne nel XVI secolo, come dimostrano le circa 70 botteghe attive, che raggiungevano introiti complessivi per circa 100.000 ducati all’anno. Le opere veneziane erano destinate alla decorazione delle residenze delle famiglie aristocratiche, tra cui quella dei Gonzaga a Mantova e Ferrara. Sappiamo che venivano esportati in Spagna e Francia. Venezia dominava il commercio con l’Oriente e i manufatti decorativi in pelle incantavano Ibrahim Bey da Costantinopoli, il quale li ordinò più volte.
Naturalmente le tappezzerie decorative da parete in cuoio erano parte integrante anche dell’arredamento degli edifici veneziani. Gli inventari mostrano che vi venivano decorati uffici, palazzi privati, come anche case di cortigiane e case da gioco (casinò). Il loro splendore e la loro abbondante presenza furono notati dagli inglesi - in particolare da Thomas Coryat, viaggiatore del XVII secolo e nel secolo successivo da Joseph Addison. Furono anche immortalati in vari dipinti, tra i quali quelli del famoso pittore veneziano Francesco Guardi (1712-1793). Nonostante l’indubbio declino di questo genere di artigianato nella Venezia del XVIII secolo, continuavano ad essere realizzate opere di alta classe, come la serie di 6 paliotti per la chiesa del Redentore, o i 1000 cuoi d’oro per la Spagna. Il tramonto di quest’arte avvenne a seguito della soppressione del sistema delle corporazioni dopo l’occupazione della Repubblica di Venezia da parte di Napoleone nel 1806.

Sono sopravvissute fino ad oggi tracce dell’attività degli artigiani del cuoio dorato a Venezia?
Fortunatamente sì, anche se non è facile reperirle, motivo per cui è opportuno sapere dove cercarle. Vorrei innanzitutto precisare che a Venezia per definire sia gli artigiani che i loro prodotti veniva utilizzata la stessa parola: cuoridoro. Differisce dall’equivalente italiano cuoio d’oro, che si riferisce peraltro solo all’oggetto. In città i cuoridori occupavano l’area intorno alla chiesa di San Fantin (nei presso del teatro La Fenice) – è lì che si concentravano le botteghe degli artigiani. Attualmente, per preservare la memoria di questo importantissimo artigianato artistico, è stato aggiunto il termine cuoridoro al nome del ponte: Ponte dei Barcaroli o del Cuoridoro. Dopo averlo attraversato, sul lato di calle Frezzaria si trova Calle del Cuoridoro, presso la quale è situato il Palazzo Molin del Cuoridoro. Una passeggiata nei suggestivi vicoli di questa parte della città risulterà estremamente interessante.
Vi sono presenti anche negozi con articoli in pelle e borse eleganti, decorati con motivi floreali che si ispirano a quelli dei secoli addietro. Tuttavia, a seguito di una breve conversazione con i commercianti, è emerso che non si tratta di cuoi d’oro realizzati secondo i metodi storici.

È possibile ammirare tappezzerie dorate da parete all’interno degli edifici veneziani?
Si sono conservati sorprendentemente pochi cuoi d’oro da parete se consideriamo la produzione così grande e fiorente e gli edifici che per secoli sono stati un’espressione di splendore e raccontavano il prestigio del proprietario.
Quelli che sono si sono mantenuti fino ai nostri giorni consentono di comprendere la meraviglia di quelli che li hanno preceduti, percepirne la bellezza e l’atmosfera di mistero. Alcuni rivestimenti decorativi sono rimasti in una piccola sala del Palazzo Ducale – gli ornamenti dorati del motivo riflettono il rosso intenso sullo sfondo. Si tratta solo di un succedaneo del passato, ma è possibile ammirarli nel corso di una visita turistica. I rimanenti sono difficilmente accessibili. Tanto più preziose saranno dunque le loro brevi descrizioni e fotografie.
La sala della biblioteca di Palazzo Papadopoli è decorata con un cuoio d’oro con sfumature di colore dorato, sia negli ampi e ricchi motivi floreali che sullo sfondo. Questo palazzo appartiene a una catena alberghiera privata estremamente esclusiva. Tuttavia, anche in un edificio così poco accessibile, si aprono le porte per lo “studio”. Quando mi sono presentata come storica dell’arte che si occupa di cuoi d’oro, siamo stati immediatamente condotti in un magnifico interno della biblioteca. Il tutto è poi proseguito “all’italiana”, in modo molto diretto. Ci hanno guidato per l’intero palazzo, nonostante in parte delle sale fossero in corso preparativi per un ricevimento di nozze.
I cuoi d’oro che decorano le due grandi sale di Ca’ Vendramin Calergi sfoggiano la loro varietà. Il palazzo di impianto rinascimentale, opera dell’architetto Codussi, ha due nomi: uno deriva dai cognomi dei proprietari e l’altro dall’iscrizione: Non nobis Domine, e attualmente è sede del Casinò. La sera, le barche affollano la zona prospiciente all’ingresso dell’edificio. Probabilmente, però, anche questi ospiti non osservano le pareti decorate con i cuoi d’oro. La Sala dei Cuoridoro viene aperta per occasioni speciali. Cuoi d’oro dai motivi floreali fantasiosamente piegati, dal colore dorato su sfondo rosso, circondano l’osservatore dai quattro lati (quattro pareti) della stanza. All’inizio non si può che abbandonarsi alla sbalorditiva impressione di ricchezza e al contempo di eleganza. Solo a uno sguardo più attento si riesce a rilevare che sono stati utilizzati sfondi con quattro diversi disegni. Nella seconda stanza, la Sala del Caminetto, il clima è differente. Un rivestimento è decorato con fiori e larghe strisce, in tenui colori argento-oro su uno sfondo dorato, mentre l’altro si distingue per il colore verde dello sfondo. In un inventario del XVII secolo contenente una lista dei beni mobili, viene elencato il formidabile numero e la varietà dei cuoi d’oro. Quelli attuali sono giunti qui a seguito di una riorganizzazione degli interni avvenuta nel XVIII secolo.
Il fatto più importante per noi cracoviani è la scoperta di una tappezzeria nella Sala dei Cuoridoro con rivestimento dorato identica a quella presente nel Castello Reale del Wawel (nell’Ingresso davanti alla Sala dei Senatori), il che confermerebbe l’origine veneziana dei cuori d’oro del Wawel.
È impossibile non menzionare l’interessante collezione di paliotti (in latino, antependia) e frammenti di cuoi conservati nel Museo Correr. Si trovano nel magazzino, in buono stato dopo il restauro.

Probabilmente non è stato facile arrivare a queste opere, non è vero?
Lo possiamo definire un raggiungimento dell’obiettivo conseguito in più fasi. Per ottenere informazioni sulle risorse di cuoi e preparare un elenco degli esemplari, si è rivelata fonte inestimabile una pubblicazione della prof. Agnieszka Bender sui cuoi d’oro in Italia. Il passo successivo è stato quello di inviare lettere ai musei di Venezia al contatto e-mail indicato. Non ho ricevuto risposte. Ho deciso quindi che le avrei ricercate direttamente a Venezia. Ho lasciato in ciascun museo informazioni sulle mie ricerche e una pubblicazione dedicata alle tappezzerie da parete che decorano le sale del castello del Wawel. L’effetto è stato molto rapido e concreto. Mi sono state indicate persone che si occupavano di questo argomento o responsabili delle collezioni. A causa dei miei limiti di tempo dovuti al lavoro, sono tornata a Venezia dopo un anno per continuare la mia ricerca dei cuoi d’oro. Avevo già fissato un appuntamento a Ca’ Vendramin Calergi e al museo Correr. Mi hanno dedicato tutto il tempo necessario e gli incontri si sono rivelati piacevoli e molto utili. Nutro grande rispetto e simpatia verso il direttore del museo, che si è impegnato personalmente nella presentazione dei cuoi presenti nel magazzino e soprattutto in discussioni sui temi che mi premevano. Il museo possiede collezioni artistiche di eccezionale valore, nonché risorse di archivio e biblioteca. Sono potuta rimanere al Casinò senza il rischio di ritrovarmi al verde, solo ammirando i sontuosi interni. Sospettavo che l’archivio fosse un luogo per me pressoché inaccessibile. In tutta evidenza, invece, se si hanno obiettivi specifici e si manifestano i propri intenti (farlo in italiano è senz’altro d’aiuto), si possono realizzare senza difficoltà. Devo aggiungere che ho trovato persone cordialissime che hanno cercato di aiutarmi e hanno capito la mia fretta dovuta al tempo a disposizione limitato. Ricordo con gratitudine anche il frate nella chiesa del Redentore, che ho sorpreso con il mio desiderio di vedere i paliotti. Malgrado avesse altri impegni, ha estratto tutti i paliotti conservati in un armadio speciale e li ha persino esposti poggiandoli sull’altare. Nella chiesa vengono collocati sotto la mensa (antepedes) solo occasionalmente. La tappa successiva è avvenuta dopo aver scritto un articolo sulle risorse di cuoi d’oro veneziani e aver riscontrato la necessità di verificare alcuni dati. E così sono partita alla volta del mio ultimo, per il momento, soggiorno nei musei e negli archivi veneziani. I nuovi incontri, in un clima “tra vecchi amici”, sono stati davvero splendidi. Tutti questi viaggi di ricerca, a pieno ritmo e costellati di avventure e soprattutto di risultati positivi, li ho condivisi con mio marito. Sebbene sia uno specialista in un campo completamente diverso, il suo sostegno alle mie iniziative non ha prezzo.
Probabilmente esistono altri cuoi d’oro a Venezia che ancora aspettano di essere scoperti. Penso che il sia arrivato il tempo giusto, perché l’interesse verso cuoi d’oro è in costante crescita.